Note sul programma

Giovedì 23 luglio, ore 19.30
Palazzo Piccolomini, Pienza

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Sonata per pf e vl in mi bemolle maggiore KV 380 (1781)
   Allegro
   Andante con moto
   Rondò. Allegro

Maurice Ravel (1875-1937)
Pavane pour une infante défunte (1899)

Alborada del gracioso da ‘Miroirs’ (1905)
(trascrizioni per marimba di Ria Ideta)

Astor Piazzolla (1921-1992)
Tre Tango
(trascrizioni di Bax/Chung/Ideta)
   Lo que vendrà
   Milonga del ángel
   Libertango

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Ave verum corpus KV 618 (1791)
(trascrizione per marimba di Ria Ideta)

César Franck (1822-1890)
Sonata per violino e pianoforte in la maggiore (1886)
(trascrizione per flauto di Emmanuel Pahud)
   Allegretto ben moderato
   Allegro
   Recitativo-Fantasia. Ben moderato. Largamente con fantasia
   Allegretto poco mosso

Dietro la Sonata per pf e vl in mi bemolle maggiore KV 380 si nasconde la storia di un’eccellenza femminile oggi ignota, che risponde al nome di Josepha Barbara Auernhammer. Musicista di ottimo livello, la pianista più dotata tra tutti gli allievi di Mozart, uomini o donne che fossero, Josepha portava il peso di due gravosi difetti: il sesso con cui era nata e un’avvenenza purtroppo inversamente proporzionale al talento. La propensione per la scatologia, l’amore per l’iperbole e la totale mancanza di freni inibitori — del resto, come avrebbe mai potuto immaginare che la sua corrispondenza sarebbe stata il divertimento pruriginoso prediletto dai musicologi nei secoli a venire, scandagliata in ogni dettaglio? — fanno sì che Mozart in una lettera ce ne restituisca una descrizione impietosa: «quella ragazza è un mostro». Accanto a un paio di ritratti piuttosto adulatori giunti fino a noi, ne esiste effettivamente almeno uno che raffigura Josepha come una donna che, seppure non meritevole di un giudizio così lapidario, è difficile definire piacente. Passando subito dopo quella estetica alla valutazione professionale, Mozart la riconosceva sempre un mostro, ma di bravura: «suona divinamente». E seppure non nascondesse che le attenzioni personali che Josepha gli dimostrava non avessero alcuna possibilità di concretarsi, lasciò al contrario che la sua propria ammirazione per le qualità musicali di lei (Mozart ne aveva una tale fiducia che le affidava la correzione delle bozze di ciò che pubblicava) si concretasse invece in molti concerti in cui Wolfgang e Josepha eseguivano insieme musiche per due pianoforti, e in una serie di dediche: le sei sonate per pianoforte e violino op. II pubblicate nel 1781 presso Artaria, di cui fa parte appunto cui la Sonata KV 380, in cui chi siede di fronte alla tastiera ha modo di mettere in luce tutta la sua bravura; la Sonata in re maggiore per due pianoforti KV 448; il Concerto in mi bem. maggiore per due pianoforti e orchestra KV 365.

Carente come tutti in qualcosa — e comunque non così carente, visto che si sposò ed ebbe quattro figli — la Auernhammer brillò splendida mostrando una rara determinazione nel perseguire una carriera musicale che all’epoca, per donne che non fossero cantanti, era poco più di un miraggio: dopo la morte di Mozart suonò spesso da sola nei più importanti teatri viennesi, e riuscì a pubblicare molta musica da lei composta — una vera impresa, per quei tempi — trovando un’affermazione professionale rilevante grazie soltanto alle sue doti, e a una rimarchevole pervicacia. È un vero peccato che una simile musicista si riaffacci alla luce soltanto come l’episodica dedicataria di alcuni brani mozartiani, mentre le sue proprie sonate, assai apprezzate dalla critica del tempo, rimangono sepolte nell’oscurità, del tutto dimenticate.

Il piccolo mottetto Ave verum corpus KV 618 vide la luce nella tarda primavera di quel 1791 che sarebbe stato l’ultimo anno di vita del suo autore. Il brano fu scritto a Baden: Mozart aveva raggiunto lì la moglie Costanze che, come era solita fare, stava passando le cure termali. Nella cittadina, punto di riferimento per la coppia era Anton Stoll, direttore del coro della locale chiesa parrocchiale di Santo Stefano. Per sdebitarsi dei molti favori da lui ricevuti nel corso dei loro soggiorni, Wolfgang pensò di comporre e di dedicargli, per l’imminente celebrazione del Corpus Domini, un piccolo brano che segue puntualmente i criteri di semplicità della musica sacra propugnati dall’imperatore Giuseppe II. Nascono così, senza nessuna enfasi, queste quarantasei battute che sfondano la circostanza della celebrazione provinciale di un rito per entrare di diritto tra i brani più belli di musica sacra, e non solo, mai composti: e tali rimangono anche se ad eseguirle non c’è l’organico originario — il coro a quattro voci, gli archi, l’organo — ma uno strumento che Mozart neppure conosceva.

Un Ravel ancora studente al Conservatorio di Parigi, appena ventiquattrenne, scrive alla fine del XIX secolo un brano per pianoforte: la Pavane pour une infante défunte che, soprattutto nella versione orchestrale del 1910, diventerà il suo brano più noto ben prima dell’onnipresente Bolero. Il titolo, complesso ed evocativo, richiama in primo luogo la pavana, danza cinquecentesca dall’andamento lento, seguendo quella tendenza arcaicizzante fin de siècle che tanta parte ebbe nella musica francese del periodo (come dimenticare un’altra celebre Pavane, quella op. 50 di Fauré, di cui peraltro Ravel era discepolo?), mentre infanta è il titolo proprio delle principesse spagnole, laddove la Spagna — oltre ad essere il luogo d’origine della mamma di Ravel, che era di origini basche ma trascorse l’infanzia a Madrid — era almeno dai tempi di Glinka il luogo immaginario che produceva gli speziati contenuti esotici che i compositori francesi e russi ammannivano agli ascoltatori. A dispetto della sua popolarità presso il pubblico, rapito oggi come allora dalle movenze eleganti e composte della melodia, come pure dalla inaspettata tristezza di un inedito sol maggiore, la Pavane non fu un brano particolarmente apprezzato da Ravel, che a un certo punto ne sottolineò la semplicità formale e minimizzò la genialità suggestiva del titolo riducendola all’espediente di un’«allitterazione»: l’ennesima riprova che, una volta licenziata da chi l’immaginò, un’opera appartiene soltanto a chi la fa propria ascoltandola.

La Spagna appare spesso nella musica di Ravel — Habanera, Rapsodie espagnole, L’heure espagnole, Bolero — ma ha il suo vero e proprio trionfo in Alborada del gracioso. Il termine alborada è il corrispettivo del francese aubade, il canto d’amore mattutino, mentre gracioso indica il personaggio comico di bassa estrazione sociali delle commedie di Lope de Vega e di Calderon: potremmo tradurre il titolo come Serenata mattutina del buffone. Quarto dei cinque brani per pianoforte che insieme compongono i Miroirs, composti nel 1905, è un brano nervoso e frenetico che glorifica l’idea del rasgueado di una chitarra, quell’andare su e giù della mano destra sulle corde, facendo con nonchalance a meno della chitarra stessa e consegnando la magia in modo quintessenziale alla tastiera del pianoforte. Il miracolo rimane intatto anche nella versione orchestrale del 1918, e anzi risulta enfatizzato dalla presenza di due arpe e di un gruppo più che nutrito di percussioni in cui non mancano le nacchere d’ordinanza. Nel momento in cui la Spagna iniziava a non essere più soltanto l’idea astratta di una musica popolare stereotipata, ma stava dando vita alla sua prima vera generazione di compositori autoctoni, Manuel de Falla rimase affascinato dai profumi di veridicità che arrivavano a zaffate da quell’orchestra scintillante, e ne chiese conto a Ravel, il quale gli confessò che i suoi rapporti con la Spagna erano del tutto episodici, e riposavano soprattutto sulle suggestioni materne: che evidentemente, molto più di un circostanziato studio etnografico e musicologico, erano per lui sufficienti a ricreare i suoni di una Spagna autentica, che tale suonava anche alle orecchie di un autentico spagnolo.

Colui che rese il tango patrimonio del mondo e incarnò la cultura musicale argentina, in Argentina non visse continuativamente e fu — forse suo malgrado — prima di tutto cittadino del mondo. Figlio di emigranti italiani, immigrato di seconda generazione, nato a Mar del Plata, Astor Piazzolla già a quattro anni viveva a New York dove i genitori si erano trasferiti sperando di potersi guadagnare meglio la vita. A otto anni il padre, musicista dilettante, gli regalò il primo bandoneon — comprato a un banco di pegni — che prestissimo seppe adoperare con bravura: la sua prima registrazione da strumentista risale al 1931, anche se nessuno avrebbe mai immaginato che quello strumento sarebbe rimasto inestricabilmente connesso al suo nome.

Il contatto una cultura di respiro tanto più ampio — rimase negli USA fino ai sedici anni — giovò a Piazzolla che non soltanto imparò l’inglese, ma creò stabilmente un legame con la musica colta europea e col jazz pur senza perdere il rapporto con l’Argentina, dove coi genitori rientrava di tanto in tanto. In tal modo il talento compositivo di Piazzolla trovò il timbro della propria originalità in una miscela inconfondibile, con il tango a far la parte dell’ingrediente principale di tutte le sue creazioni. In questo modo riuscì a tirar fuori quella che era a tutti gli effetti una danza popolare dalle sabbie mobili del colore locale che rischiavano di inghiottirla con tutte le sue sale da ballo e tutti i suoi ballerini, proponendola invece come elemento culturale trainante, e trascinando alla consacrazione tutti i suoi interpreti precedenti, Gardel in primis. Persino Nadia Boulanger, la grande didatta francese di cui Piazzolla studiò a Parigi tra il 1954 e il 1955, riconobbe che il modo in cui egli reinventava il tango, rinfrangendolo nel prisma di culture musicali affatto diverse, costituiva la sua voce più genuina, e lo incoraggiò a dedicarvisi completamente.

Composta nel 1957, Lo que vendrá rappresenta una pietra miliare nella transizione di Piazzolla verso il tango nuevo. Ideato come sfida alle critiche dei puristi per la chiarezza con cui distrugge gli schemi del passato e abbraccia sonorità più moderne, il brano fu registrato e lanciato nello stesso anno di composizione leggendario Octeto Buenos Aires, gruppo fondato da Piazzolla che rivoluzionò l’organico orchestrale tipico delle orchestre di tango inserendovi il violoncello e la chitarra elettrica. All’epoca il pezzo fomentò l’astio dei tradizionalisti argentini, che lo bollarono come troppo intellettuale e poco adatto al ballo, laddove l’intento di Piazzolla era proprio quello di sganciare il tango dai ballerini e dalla dimensione di divertimento popolare per introdurlo nelle sale da concerto.

La Milonga del Ángel (la milonga è un tipo di danza argentina più vivace del tango) è invece il secondo movimento di un trittico intitolato Ángel series che comprende al primo posto La Muerte del Ángel e al terzo Resurreccion del Ángel: ma, a differenza degli altri movimenti, si è guadagnata una popolarità propria in una serie di trascrizioni e arrangiamenti, grazie alla melodia struggente e riconoscibilissima.

Il brano che chiunque associa al nome di Piazzolla, Libertango, fu invece scritto a Roma nel 1974, e rappresenta il passaggio ultimo al nuovo modo di concepire il tango. All’epoca Piazzolla abitava in via dei Coronari e il disco a 33 giri che porta il titolo del suo brano più famoso — registrato a Milano con una compagine di musicisti interamente italiani, con l’ovvia eccezione di Piazzolla al bandoneon — fu il viatico per la popolarità europea e per l’affermazione definitiva della sua opera. Il titolo unisce la parola tango alla parola libertà, e sancisce la definitiva liberazione del tango dal ballo delle origini — splendide storiacce di letto e di coltello — in una musica in cui chiunque possa rispecchiarsi, dal respiro eterno.

Composta durante un soggiorno estivo a Combs-la-Ville e portata a termine il 28 settembre 1886, la Sonata per violino e pianoforte in la maggiore rappresenta il vertice della produzione cameristica di César Franck. L’opera fu concepita come dono di nozze per il celebre violinista Eugène Ysaÿe, che ne fu il dedicatario e il primo interprete assoluto. La prima esecuzione ebbe luogo il 16 dicembre 1886 al Cercle Artistique Royal Gaulois di Bruxelles, con Ysaÿe al violino e Léontine-Marie Bordes-Pène al pianoforte.

Considerata come uno dei primi e più compiuti esempi di forma ciclica, la Sonata trova il suo fulcro nel tema principale, introdotto dal violino nel primo movimento dopo un breve preludio pianistico. Questa cellula generatrice non rimane confinata all’esordio, ma riappare trasfigurata e rielaborata in ciascuno dei quattro tempi, garantendo coesione organica. Nonostante l’impianto tonale di riferimento sia il la maggiore, Franck esplora ampi territori armonici, portando il secondo e il terzo movimento verso tonalità distanti, in un gioco di tensioni e risoluzioni tipico del linguaggio tardo-romantico.

Grazie all’equilibrio tra rigore formale e intensità lirica, la Sonata si impose all’attenzione dei contemporanei, incluso Marcel Proust. Non manca chi individua proprio in quest’opera la fonte d’ispirazione per la celebre “Sonata di Vinteuil” descritta nella Ricerca del tempo perduto. La petite phrase proustiana, capace di evocare ricordi e sentimenti profondi, può trovare un corrispettivo plausibile nella ciclicità e nella struggente espressività della melodia di Franck, ponte ideale — forse — tra il rigore della musica pura e la suggestione del simbolo letterario. Non stupisce quindi che anche i flautisti, oltre i violinisti, abbiano voluto cimentarsi con queste pagine di grande respiro: il primo ad annettere la sua presenza nel repertorio flautistico fu Jean Pierre Rampal nel 1971, e da allora la sua proposta in questa veste non può più considerarsi eccezionale.

Sabato 25 luglio, ore 19.30
Cortile, Chiarentana

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Trio per viola, clarinetto e pianoforte in mi bem. maggiore KV 498 Kegelstatt (1786)
   Andante
   Minuetto
   Rondo. Allegretto

Eugène Ysaÿe (1858-1931)
Sonata per violino solo in re minore op. 27 n. 3 Ballade (1923)       

Madeleine Dring (1923-1977)
Trio per flauto, oboe e pianoforte (1968)
   Allegro con brio
   Andante semplice
   Allegro giocoso

Francis Poulenc (1899-1963)
Sonata per flauto e pianoforte FP 164 (1957)
   Allegro malinconico
   Cantilena. Assez lent
   Presto giocoso

Robert Schumann (1810-1856)
Märchenerzählungen per viola, clarinetto e pianoforte op. 132 (1853)
   Lebhaft, nicht zu schnell
   Lebhaft und sehr markirt
   Ruhiges tempo, mit zartem Ausdruck
   Lebhaft, sehr markirt

Camille Saint-Saëns (1835-1921)
Tarantelle per flauto, clarinetto e pianoforte in la minore op. 6 (1857)

Kegelstatt nel tedesco del Settecento significava, letteralmente, «posto dove si gioca a birilli»: quella che oggi si definirebbe, semplicemente, una pista da bowling. Sul manoscritto del Trio KV 498 — indicato come Kegelstatt nel primo catalogo Köchel — è riportata la data di composizione, il 5 agosto 1786, ma dei birilli non si fa menzione alcuna.  Tali oggetti compaiono però altrove, nell’autografo dei 12 Duetti per corno KV 487, che di suo pugno Mozart afferma di aver composto «il 27 luglio 1786, mentre giocavo ai birilli», divertimento trai più apprezzati delle estati viennesi. Il principio di autorità però fece sentire il suo peso, e il probabile lapsus calami di Köchel ebbe il merito di attribuire per sempre al nostro Trio una curiosa quanto errata genesi, un indimenticabile strike che contribuì non poco a consolidarne una unicità già manifesta. Perché, birilli o meno, il Trio ha qualcosa di davvero particolare: l’organico, che per la prima volta nella storia della musica appare in queste pagine. L’abbandono della formazione consueta — pianoforte, violino e violoncello — avviene senza pianificazione alcuna, per il migliore dei motivi: Mozart è con altri amici musicisti, vogliono suonare insieme, ma manca un brano che metta insieme i loro strumenti. Quel 5 agosto del 1786 erano in tre, in vacanza nello stesso posto: oltre a Mozart, Anton Stadler, clarinettista di grande valore ma soprattutto amico del cuore, e Franziska von Jacquin, un’allieva di pianoforte figlia di un altro amico carissimo, Nikolaus Joseph von Jacquin. L’organico per cui fu scritto non era mai stato impiegato prima: pianoforte – per Franziska –, clarinetto – per Anton — e viola, lo strumento a corde prediletto da Wolfgang, che lo sceglieva quando suonava in quartetto e lo scelse per sé anche quella volta. È questa estemporaneità giocosa che lo rende un brano giustamente celebre, un attimo dolce e perfetto come uno sguardo da batticuore, ed è proprio questo, e l’organico tagliato su misura sulle specialità dei tre amici, a testimoniare la perfezione spontanea del Trio: la cui prima esecuzione, per la gioia esclusiva di chi lo suonava, avvenne subito, a composizione conclusa, seduta stante. La pubblicazione avvenne due anni dopo, nel 1788, per Artaria,  rendendo ciò che era nato come una gioia musicale privata una gioia di tutti, che ancora adesso possiamo far nostra.

È il 9 ottobre 1853 quando Schumann inizia la composizione dei Märchenerzählungen op. 132, quattro brevi schizzi cameristici, che conclude due giorni dopo. In apparenza sembra tutto tranquillo: qualche giorno prima, il 30 settembre, gli si era presentato «il signor Brahms», giovanotto amburghese di belle speranze, e in lui Schumann aveva riconosciuto subito l’impronta del genio. Il 18 ottobre termina i Gësange der Frühe, che rimarrà la sua opera estrema per pianoforte, e il 27 dello stesso mese dirige un concerto che si rivelerà essere l’ultimo. Lì termina quella che, a posteriori, riconosciamo come la calma prima della tempesta. Perché soltanto quattro mesi dopo, il 27 febbraio 1854, sconvolto dalla depressione e da allucinazioni ininterrotte, tenta il suicido gettandosi nel Reno. Salvato da alcuni pescatori, le condizioni mentali ne impongono il ricovero in maricomio, dove si spegnerà — assistito dalla moglie Clara Wieck e da Brahms il 29 luglio 1856, senza più recuperare la musica e una vita normale.

L’ensemble dei Märchenerzählungen — clarinetto, viola e pianoforte — si ricollega, certo intenzionalmente, all’unicum del giustamente celebrato Trio Kegelstatt. Ma tanto lì si respirava solo sapienza, leggerezza e giuoco, quanto qui un quadro che il titolo vorrebbe immaginifico ed evanescente — possiamo tradurlo in italiano come Racconti fiabeschi — è tormentato da sprazzi premonitrici di angoscia, lampi che precedono la tempesta, l’inarrestabile scoppio del precipitare degli eventi. Sembra quasi che i Märchenerzählungen siano il doppio distopico del Trio mozartiano da cui discendono: un sogno melodioso e incantato che lentamente si tramuta in un incubo senza uscita coi birilli buttati giù, impossibili da rialzare.

Fu l’ascolto di una delle Sonate di Bach per violino solo eseguita da Joseph Szigeti a ispirare Eugène Ysaÿe — tra i maggiori violinisti di sempre — alla composizione di sei brani che, come le tre Sonate e le tre Partite di Bach, fossero una palestra di virtuosismo non meno che una sfida interpretativa degna dei talenti più dotati. Nel luglio del 1923 vide così la luce la collana delle sei Sonate per violino solo op. 27. Dedicate ciascuna a un virtuoso collega che Ysaÿe conosceva e stimava — nell’ordine, Joseph Szigeti, Jacques Thibaud, George Enescu, Fritz Kreisler, Mathieu Crickboom, Manuel Quiroga — esse rappresentano la summa novecentesca del supremo bagaglio tecnico che ogni solista deve caricarsi e mostrare con suprema nonchalance: colpi d’arco, posizioni estreme, pizzicati con la mano sinistra, uso degli armonici, il tutto messo al servizio di composizioni il cui livello artistico forse non è stato ancora compreso appieno, vuoi perché gravate dal pregiudizio di una diabolica difficoltà ritenuta spesso fine a sé stessa, vuoi perché ancora non entrate a pieno diritto nel repertorio corrente. Fa eccezione la Sonata in re minore per violino solo op. 27 n. 3, cosiddetta Ballade: è la più breve — dura poco più di cinque minuti —, è in un solo movimento diviso in due sezioni, e la grande cantabilità della prima parte, unita alla conclusione indiavolata, la rende un brano di grande soddisfazione per chi ascolta e chi suona, perfetto per i bis di prammatica, di certo tra i più conosciuti ed apprezzati del suo autore.

Cantante, pianista, attrice: Madaleine Dring fu tutto questo, ma fu soprattutto una magnifica compositrice che nel pieno della sua maturità — gli anni ’60 del secolo scorso — scelse di tenersi lontana dallo sperimentalismo e di rimanere comprensibile per ogni genere di pubblico, sposando un eclettismo stilistico che guardava a Rachmaninov e a Poulenc non meno che a Gershwin, Cole Porter e tutti i compositori di Broadway. Dring mantenne sempre — ed è un merito non da poco — una freschezza di ispirazione che si espresse felicemente nella sua musica da camera e nella sua musica vocale, senza disdegnare di scrivere per il balletto, il cabaret, il teatro, la televisione. Moglie dal 1947 di Roger Lord, che fu per oltre un trentennio primo oboe della London Symphony Orchestra, dimostrò particolare attenzione per lo strumento di cui il marito fu maestro indiscusso. Il Trio per flauto, oboe e pianoforte, al cui cuore si situa la melodia distesa e ipnotica del secondo movimento, è un’opera di grande impatto che dimostra come il linguaggio tonale nel Novecento potesse dar vita ad opere concise e perfino piacevoli, senza rinunciare a inattese profondità timbriche e formali. Da tale punto di vista non solo questo brano ma tutta la produzione di Dring merita una riflessione e una riscoperta, una considerazione che, purtroppo, vale per tutta la musica prodotta dalle donne, dai repertori correnti appena sfiorata eppure capace di lasciare impressioni durature, vere e proprie folgorazioni.  

Champagne, caviale, macchine di lusso, resorts di sogno: gli influencer eredi di grandi patrimoni hanno le idee chiare — Instagram e Tik Tok ne sono testimoni — su come impiegare le fortune di famiglia. Ereditato nel 1915 il patrimonio del padre — un commerciante —, idee chiarissime in proposito non mancarono neppure a Elizabeth Sprague Coolidge: destinò la maggior parte dei suoi beni alla musica. Elizabeth era nata nel 1864, e aveva studiato da ragazza sia pianoforte sia composizione, arrivando a suonare con la Chicago Symphony Orchestra, ma poi il matrimonio aveva quietamente messo una parentesi ai sogni di gloria. Rimasta sola con un figlio, perduti in rapida successione il marito, il padre e la madre, diventata ricca in prima persona, Elizabeth era tornata alla musica riprendendo a suonare come l’ottima pianista che era, e facendo molto di più. Cominciò col regalare all’Università di Yale la Sprague Hall, dove tuttora si tengono concerti, alla Library of Congress l’auditorium ancora esistente, e a finanziare generosamente la Chicago Symphony Orchestra. La sua passione, però, era la musica da camera. Non contenta di aver fondato il Berkshire Chamber Music Festival, iniziò a commissionare musica da camera — che suonava lei stessa — ai più importanti compositori del mondo, e quelle partiture originali andarono a rimpinguare le collezioni della Library of Congress, cui la signora Coolidge guardava come un faro della cultura americana. Insomma, l’autonomia finanziaria, lo sguardo lungimirante e la capacità di sovvenzionare progetti concreti di massima qualità innalzarono Elizabeth Sprague Coolidge sugli altari del mondo musicale, che a lei guardava, si rivolgeva e pregava come alla «santa patrona della musica americana» per non dire della musica tout-court, con una definizione che poco aveva di metaforico, e molto di concreto. Decine di brani che nel Novecento hanno fatto la storia della musica sono dedicati a lei, e partiture bellissime sono precedute dal suo nome, che dunque mai si perderà in un maremagnum di spreco, come le esibizioni insensate di ricchezza sui social.

Quando Francis Poulenc ricevette la commissione per un brano di musica da camera dalla Coolidge Foundation era il 1956 ed Elizabeth era morta da tre anni. Impegnato nella messa a punto finale dei Dialogues des Carmélites all’inizio declinò l’invito, salvo accettarlo quando gli fu rinnovato dopo poco, perché libero ormai da impegni stringenti. Il suo suggerimento in merito all’organico del brano fu accolto, e così la Sonata per flauto e pianoforte FP 164 entrò a far parte del suo catalogo. Dedicata alla memoria di Elizabeth Sprague Coolidge, come doveroso, Poulenc scrisse la sonata avendo in mente due specifici esecutori, il suo amico flautista Jean-Pierre Rampal e se stesso come pianista. L’opera, secondo le parole dello stesso Poulenc, è «piuttosto vicina» allo spirito delle sonate per due strumenti di Debussy, scritte quattro decenni prima: un’osservazione che rimarca la decisione di distanziarsi dallo sperimentalismo più imperterrito della prima metà del Novecento in nome della tradizione francese e della propria inclinazione alla melodia, rendendo questa sonata tra i brani più godibili mai scritti in quegli anni.

In una carriera fuori dall’ordinario come quella di Camille Saint-Saëns, che abbraccia più di ottant’anni, l’adorabile Tarantelle op. 6 per flauto e pianoforte si colloca nella prima parte. Quando fu scritta, nel 1857, Saint-Saëns era un ventiduenne di belle speranze, un ex bambino prodigio che cercava di trasformare la volubile curiosità destata dal suo talento precoce in un interesse duraturo per la propria musica, curando di farsi vedere nei salotti alla moda di Parigi. Spiccava tra loro quello di Rossini, che già da parecchi lustri aveva concluso la sua carriera scintillante di operista ritirandosi a Passy, appena fuori la capitale francese, scrivendo poco e niente, dando sfogo alla sua fantasia con piccoli brani cesellati al bulino con arguzia tanto sottile quanto idiomatica.

La Tarantelle fu eseguita durante uno dei soliti ricevimenti serali in cui a casa Rossini si banchettava sia con la bocca che con le orecchie, mangiando prima e ascoltando musica poi. Rossini, il grande depresso, organizzò e ascoltò l’esecuzione della Tarantelle, seduto compunto in prima fila accanto al giovane e oscuro Saint-Saëns. Non c’erano programmi stampati, e nessuno conosceva quel pezzo effervescente, che col suo basso ostinato mischiava sfrontatamente le movenze intellettuali della passacaglia con la vivacità sfrenata del ballo proprio dei tarantolati pugliesi divenuto simbolo del nostro Meridione. E dunque, alla fine dell’esecuzione, si creò una piccola folla di ammiratori adoranti di fronte al venerato Maestro, tutti impegnati nel lancio del complimento più pirotecnico, gareggiando nel magnificare la novità “italiana” appena ascoltata, nel tentativo di strappare un cenno di apprezzamento a quella vanità corpulenta e tristemente sazia tanto di cibo quanto di sé stesso. Rossini ascoltò le lodi senza batter ciglio, e aprì la bocca solo per dire che le condivideva tutte fino in fondo: e le girava al vero autore al suo fianco, tra lo sbigottimento generale.

Domenica 26 luglio, ore 19.30
Palazzo Piccolomini, Pienza

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Trio per pf, vl e vlc in si bem. maggiore KV 502 (1786)
(trasc. di Emmanuel Pahud per pf, flauto e vlc)
   Allegro
   Larghetto
   Allegretto

Béla Bartók (1881-1945)
Contrasts, per violino, clarinetto e pianoforte (1938)
   Verbunkos. Moderato ben ritmato
   Pihenő. Lento
   Sebes. Allegro vivace

Felix Mendelssohn (1809-1847)
Dalle Romanze senza parole
(trascr. di Carl Czerny per pianoforte quattro mani)
   No. 1 in E flat major op. 67
   No. 2 in F major op. 67
   No. 4 in C major op. 67
   No. 5 in B minor op. 67
   No. 6 in A major op. 62 Spring song

Robert Schumann (1810-1856)
Quartetto per pf e archi in mi bem. maggiore op. 47 (1842)
   Sostenuto assai-Allegro ma non troppo
   Scherzo. Molto vivace
   Andante cantabile
   Finale. Vivace

Seguito nel catalogo Köchel dallo scintillante Concerto per pianoforte KV 503 e poi ancora dalla Sinfonia Praga KV 504, il Trio per pf, vl e vlc in si bem. maggiore KV 502 (che stasera ascolteremo in una trascrizione che sostituisce il flauto al violino) è il secondo della serie di Trii con pianoforte di Mozart. È un brano che l’organico ridotto destinava alla pubblicazione e all’uso domestico, ma che la fama postuma del suo autore ha riscattato dal destino di oblio destinato alle pagine analoghe di altri compositori a lui contemporanei. Purtuttavia l’eleganza e la piacevolezza che questo Trio sprigiona ogni volta che viene eseguito in concerto riscatta tutta la musica settecentesca simile che resta fuori da quanto conosciamo: e ci lascia sospirare su una civiltà perduta, dove in ogni condominio c’era più di qualcuno in grado di prendere uno strumento, aprire uno spartito, e mettersi a suonare.

Contrasts, per violino, clarinetto e pianoforte non è soltanto una delle composizioni più affascinanti della produzione di Béla Bartók, ma nel suo catalogo è anche il titolo che meglio coglie l’essenza della sua opera e della sua personalità, visto che coltivò contrasti per tutta la sua vita. Cresciuto nutrendosi del meglio della musica del suo tempo — Liszt, Wagner, Brahms — Bartók trovò una sua voce personale lasciando che la sua solidissima formazione accademica si innestasse nelle radici antitetiche della musica popolare magiara. Insomma, mentre altrove si sperimentava con l’atonalità e la dodecafonia, Bartók creava un mondo nuovo fatto di musica popolare del passato, di ritmi dispari e melodie pentatoniche e modali. Contrasts approfondisce e amplifica questo genere di contrapposizioni. Il brano fu commissionato a Bartók da Joseph Szigeti, virtuoso ungherese del violino con una solidissima carriera internazionale, e da Benny Goodman, un gigante del clarinetto jazz del ‘900, che di contrasti se ne intendeva: chiedere un brano a Bartók fu l’ennesimo gesto di un uomo che spostava continuamente la propria assicella interiore verso l’alto, che con quella commissione costrinse anche Bartók a spostare la propria, convincendo quest’ultimo a comporre — cosa da lui mai fatta prima — un brano di musica da camera con la presenza di uno strumento a fiato, Goodman non era soltanto un jazzista che aveva fatto fortuna dimostrando capacità imprenditoriali non meno che musicali come re dello swing, era piuttosto un musicista a tutto tondo. Nato da una coppia di immigrati ebrei fuggiti dalla Russia, seppure dedicò al jazz e alla musica più commerciale la maggior parte della sua carriera, lo fece partendo da una preparazione di prim’ordine e da un gusto raffinato attento alla musica europea d’arte, caratteristica che diede alla sua musica una ricchezza di contenuti cui ancora oggi attingiamo: senza contare che — semplicemente decidendo di accogliere nella sua band soltanto i musicisti più talentuosi, non quelli con la pelle più bianca — fu tra i primi a infischiarsene della mentalità che impediva di spazzar via i pregiudizi di natura razziale nella formazione delle band (negli anni Trenta del Novecento bianchi e neri negli USA non potevano suonare insieme) lasciando spazio ai soli giudizi pertinenti, quelli di natura artistica. Forte di una reputazione musicale scintillante, fu nel gennaio 1938 il primo jazzista a entrare con la sua band e il suo repertorio nel tempio della musica classica negli USA, Carnegie Hall, gettando così un ponte solido e percorribile da entrambe la parti tra jazz e musica classica. Un anno dopo, il 9 gennaio 1939, ci tornò con Egon Petri e Szigeti per eseguire l’embrione di ciò che sarebbe divenuto Contrasts, che allora aveva soltanto due movimenti, il primo e l’ultimo. Per la versione definitiva ci volle ancora del tempo e l’inserzione del movimento lento centrale, ma poi il suo assetto fu suggellato da una superba incisione che riunì Bartók, Szigeti e Goodman nel 1940. Arrivò anche un titolo appropriato, Contrasts appunto, che ben descrive il gioco dei tre strumenti che non cercano una integrazione — anzi, diciamo pure che il pianoforte rinuncia a fare da amalgama e lascia campo libero ai compagni — ma un dialogo in cui ciascuno possa trovare risalto con la sua propria identità.

Il Verbunkos con cui Contrasts si apre è l’antica danza del reclutamento ballata dai soldati in uniforme per attirare nuove reclute. Il timbro del clarinetto con cui si apre richiama quello del tarogat, antico strumento a canna conica e una sola ancia tipico della musica popolare ungherese, bandito dagli Asburgo nel XVIII secolo dopo essere divenuto il simbolo sonoro della rivolta di Ráckóczi: i ritmi puntati della danza trovano nuova vita nello strumento feticcio della nuova musica americana, mentre il pizzicato del violino che in apertura lo accompagna sembra provenire dalla Sonata n. 2 per violino e pianoforte di Ravel, che a sua volta era stata ispirata dalle due Sonate per violino e pianoforte di Bartók. Qui, sullo sfondo di un pianoforte sempre attento a non rubare la scena, i due strumenti gareggiano in bravura: tremoli, pizzicati, corde multiple, arpeggi per il violino, cui il clarinetto risponde con continui cambi di registro, scale e arpeggi infiniti e rapidissimi, per poi concludere con una cadenza impegnativa. Il tempo lento Pihenő — in ungherese significa sosta, riposo — incarna una quiete oscura, che a tratti ricorda le atmosfere della Musica notturna dalla suite All’aria aperta. Sebes, la danza veloce con cui le reclute accettavano l’arruolamento, inizia con un colpo di teatro: il clarinettista abbandona lo strumento in La e passa a quello in Si bemolle, il violinista cambia il violino con un altro accordato diversamente, in cui la IV corda da Sol passa a Sol diesis, la I da Mi passa a Mi bemolle. Questo consente di suonare le trenta battute iniziali per quinte diminuite — per la musica occidentale l’accordo del demonio, per la musica ungherese e il jazz un accordo base dell’armonia con un pizzico di carattere — all’inizio sulle corde vuote del violino, alternandole con l’unica quinta giusta possibile: e dare inizio a una sorta di ridda stregata di ritmi composti, che culmina con una cadenza violinistica vertiginosa.

Se non consideriamo le musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate (e la Marcia nuziale in testa a tutte), le composizioni più popolari mai uscite dalla penna di Felix Mendelssohn sono senza dubbio le Romanze senza parole. Il titolo originale tedesco ­–  Lieder ohne Worte — rende però più semplice capire il loro modello ideale: il Lied, appunto, la breve forma vocale romantica che, da Schubert in avanti, fino all’avvento del fonografo, colonizzò con implacabile grazia tutti i pianoforti del mondo e impegnò chiunque avesse una voce intonata. Tra il 1829 e il 1845 Mendelssohn decise che poteva anche fare a meno del canto e delle parole, e pubblicò a cadenze regolari otto album contenenti ciascuno sei di queste Romanze, per un totale di quarantotto. Sono pagine concise, alla portata di qualunque pianista che abbia superato con successo i primi tre anni di studi sulla tastiera: ma poiché manifestano un gusto squisito, capita talvolta che qualche professionista, invece di lanciarsi in numeri da circo, scelga la sobrietà e decida di mostrare il proprio talento cesellando per gli intenditori i perfetti contorni di queste miniature perlacee. Mendelssohn — che pure ebbe un’ampia parallela produzione di Lieder regolarmente dotati di testo poetico — rifiutò sempre di rivestirle di altro che note: «Ciò che la musica che amo esprime ai miei occhi» disse «non è troppo impreciso per esprimerlo a parole, ma al contrario troppo preciso» (il corsivo è di Mendelssohn). Qualunque cosa significhi questa musica, non esiste nessuno, proprio nessuno, che non la condivida.

Il 1842 fu per Robert Schumann — allora trentaduenne — l’anno della musica da camera. In un breve volgere videro infatti la luce i Tre quartetti per archi op. 41, il Quintetto op. 44 e infine il Quartetto in mi bemolle maggiore per pianoforte e archi op. 47. Giustamente celebrato e inserito nel canone delle opere più riuscite scritte per quell’ensemble, il Quartetto è un brano composto in cinque miracolosi giorni, un grande e godibile affresco che oscilla tra l’afflato melodico romantico e la grande sapienza contrappuntistica di stampo tedesco. Lo vediamo già nel primo movimento, condotto in contrappunto imitativo tra pianoforte e archi, quando non addirittura in canone, per tutta la zona del secondo tema; il contrappunto costella pure l’intero cantabilissimo terzo movimento, che si conclude con sei gloriose battute in canone su un pedale di si bemolle tenuto dal violoncello (notare che al violoncello è prescritto di mutare l’accordatura della corda più bassa da do a si bemolle durante la quarta variazione); permea il conclusivo quarto movimento mentre il secondo, uno scherzo velocissimo dal sapore mendelssohniano, gioca coi ritmi sincopati.

Martedì 28 luglio, ore 19.30
Chiesa di Sant’Andrea, Castiglioncello del Trinoro

Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Suite per violoncello solo n. 5 in do minore BWV 1011
(trascr. per viola)
   Prélude
   Allemande
   Courante
   Sarabande
   Gavottes I/II
   Gigue

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Quartetto per pianoforte e archi in mi bem. maggiore KV 493 (1786)
   Allegro
   Larghetto
   Allegretto

Carl Maria von Weber (1786-1826)
Grand duo concertante per clarinetto e pianoforte op. 48 (1815-1816)
   Allegro con fuoco
   Andante con moto
   Rondo. Allegro 

Franz Schubert (1797-1828)
Quintetto per pianoforte e archi in la maggiore D 667 La trota (1819)
   Allegro vivace
   Andante
   Scherzo. Presto
   Andantino
   Finale. Allegro giusto

Tutta la famiglia degli archi nasce in Italia, tra i tanti meriti musicali del nostro Paese c’è anche questo, e accade in un breve volgere di anni della seconda metà del XVI secolo. Il violoncello pareva destinato, come il contrabbasso, al ruolo del porteur, ma mentre quest’ultimo non riuscì mai – regola confermata dalle doverose eccezioni – a sottrarsi al proprio destino, il violoncello mostrò sin da subito doti naturali che, dal basso continuo cui era relegato, gli permisero qualche elegante sortita verso uscite da protagonista. Per meglio dire, la permisero ai suoi esecutori i quali, toccate con mano (come è proprio il caso di dire) le qualità dello strumento — ricchezza di colore nel registro grave, timbro brillante e cantabile nella tessitura medio-alta, estensione notevolissima, omogeneità e duttilità dell’emissione — iniziarono a scrivere musica per metterle in evidenza, accendendo così un occhio di bue che illuminasse loro stessi. Intendiamoci: niente di paragonabile a quello che era, fin dagli inizi, la letteratura per violino, eppure i nomi di antichi violoncellisti come Giovanni Bononcini, Giuseppe Jacchini, perfino Benedetto Marcello, oggi li ricordiamo proprio per questo motivo. La musica che i virtuosi suonano ancora ai nostri giorni appartiene però ad altri nomi, e cioè ad Antonio Vivaldi e Johann Sebastian Bach. Vivaldi fu il primo a tirarlo fuori dai piani bassi per metterlo in bella vista al piano nobile, da solo o in coppia col violino, sullo sfondo dell’orchestra, mentre Bach si spinse molto più in là, e con le sei Suite per violoncello lo pose al centro della scena senza nessuno intorno, mattatore indiscusso. Bach compose questi brani tra il 1717 e il 1723 durante il suo servizio come maestro di cappella del principe Leopold di Anhalt-Köthen, monarca che, ai riti sacri ammantati di musica preferiva la musica strumentale decisamente laica: il fortunato destinatario di queste pagine, con ogni probabilità, fu Christian Bernhard Linigke, virtuoso dello strumento che, in qualità di Kammermusikus, lavorava in quella corte.

Oggi le sei Suite per violoncello sono entrate nel repertorio corrente dei violoncellisti più talentuosi, e il pubblico più scaltrito esibisce come una medaglia di merito l’apprezzamento di questa musica certo molto bella ma pure assai intellettuale: qualcosa per palati fini, disposti ai sapori esoterici e soprattutto ai riti ancora più esoterici di un tre stelle Michelin, per capirci. E insomma non bisogna stupirsi troppo se pagine così vertiginose furono rapidamente dimenticate, così come fu dimenticato subito dopo la sua morte l’autore, per le stesse ragioni per cui oggi è apprezzato, e gli fu a lungo preferita la musica tanto più alla mano, piacevole e galante dei suoi figli. Riportata in auge da un Mendelssohn appena ventenne, con il famoso concerto del 1829 in cui ripropose la Passione secondo Matteo, l’opera di Bach nel suo complesso per molto tempo non godette comunque di indiscriminati favori: ad esempio queste Suites, stampate soltanto nel 1825, furono lungo tutto l’Ottocento considerate sì un caposaldo, ma della mera didattica. I violoncellisti, insomma, le suonavano nel corso dei loro studi, ma si guardavano bene dal far salire loro gli scalini del palco, così come oggi soltanto qualche anticonformista militante eseguirebbe in pubblico al pianoforte studi di Czerny oppure brani scelti dal Gradus ad Parnassum di Clementi. Quindi le Suite divennero un caposaldo del repertorio soltanto perché nel 1890 un violoncellista in erba, a spasso col padre per le strade di Barcellona, entrò in una rivendita di libri usati e ne comprò una copia a stampa un po’ sgualcita. Nessuno gliene aveva mai parlato, ma per il ragazzino con quella bella sconosciuta fu amore a prima vista. Iniziò a studiare senza sosta e dopo dodici anni di duro lavoro Pablo Casals — colui al quale da sempre si guarda come al padre ideale di tutti i violoncellisti del Novecento — decise che non soltanto lui era una cosa sola con quelle pagine, ma che avrebbe portato al ballo la Cenerentola sporca della fuliggine del tempo, relegata da oltre un secolo e mezzo accanto al camino, ai compiti ancillari della didattica: fu così che nel 1901 quell’opera di Bach ebbe l’onore delle scene, venendo riconosciuta come la principessa che era possibile fosse nella sua prima esecuzione pubblica di cui abbiamo conoscenza. Casals però attese fino ai suoi sessant’anni per avventurarsi in una registrazione discografica, che avvenne a Londra, tra il 1936 e il 1939, in studi che sarebbero diventati celeberrimi per tutt’altre ragioni, e che prendevano il nome dalla strada in cui erano situati: Abbey Road. Ma questa è un’altra storia.

La Suite n. 5 in do minore BWV 1011 si allontana dal gusto italiano degli altri brani per abbracciare l’eleganza francese, evidente nella solenne Ouverture strutturata in Adagio-Allegro e ricca di ritmi puntati, come pure nella Giga finale che, a differenza delle sue consorelle preferisce uno stile più serrato e contrappuntistico. Il tratto veramente unico di quest’opera, però, è l’uso della scordatura, che richiede al violoncellista di cambiare l’accordatura abituale dello strumento della corda più alta, che da La scende a Sol. La tensione minore della corda rende il suono più cupo e ombroso, perfetto per la tonalità di Do minore. In tal modo, inoltre, si riesce ad eseguire accordi e raddoppi che sul violoncello standard sarebbero tecnicamente impossibili, conferendo alla Suite la sua propria densità quasi organistica.

Mozart fu il primo compositore di tutta la storia della musica a scrivere per un ensemble formato da pianoforte, violino, viola e violoncello, una novità assoluta escogitata dall’editore Hoffmeister, che nel 1785 aveva lanciato sul mercato una collana mensile di novità commissionate ai compositori più in voga: e a Mozart appunto erano stati richiesti tre Quartetti con pianoforte. Era quella un’età felice: la sera in casa non si mandavano raffiche di WhatsApp, non ci si addormentava sul divano scrollando il telefonino. In genere si facevano bambini nella cara, vecchia, rassicurante maniera: e qualora si preferissero svaghi meno nature, si giocava a carte o si faceva musica insieme, essendo la produzione in proprio non solo l’unico modo per assicurarsi una discendenza, ma anche per ascoltare note in casa. In quell’età dell’oro un pianista scarso e tre volenterosi dell’archetto non erano il terrore, ma la gioia di un condominio. Per questo allora pullulavano gli editori di spartiti e partiture, oggi confinati in apposite riserve. Per questo costoro si sforzavano di inventare nuovi, stuzzicanti generi musicali. Per questo, infine, Mozart scrisse i suoi Quartetti con pianoforte, genere mai tentato in precedenza. Ma la pubblicazione del primo, il K 478, non riscosse alcun successo. Troppo elaborato, troppo difficile, troppo inadatto ai volenterosi dell’archetto e ai pianisti scarsi che suonavano in casa per svago. Troppo bello, troppo bisognoso di talento da parte degli esecutori. E così Hoffmeister rescisse il contratto con Mozart: e gli lasciò perfino l’anticipo, a patto di non chiedere la pubblicazione degli altri due. Mozart fu ben felice di accettare. Tanto più che aveva quasi terminato il secondo, il Quartetto in mi bemolle maggiore KV 493 e pensava che potesse interessare Artaria, il suo editore consueto: che infatti nel luglio 1787 lo pubblicò. Il terzo, non più sollecitato da nessuno, non fu mai scritto.

I due Quartetti formano una coppia antitetica esemplare, nero e bianco, notte e giorno. Tanto il KV 478 è turgido, drammatico, tormentato tanto il KV 493 è luminoso, cantabile, idilliaco. La data sulla partitura – 3 giugno 1786 – lo colloca subito dopo la composizione delle Nozze di Figaro, e il clima incantevole di quell’opera si ritrova qui perfino moltiplicato nell’astrattezza della musica assoluta. Tutto si fa grazia e perfezione, il tema dell’ultimo movimento in forma di Rondò è glorificato da una scrittura che trae dalla sua ingenuità palpabile una complessa costruzione concertante: un tributo commosso e consapevole al secolo della galanteria, che di lì a due anni sarebbe stato travolto per sempre dai fatti della Rivoluzione francese.

Chi trova un amico trova un tesoro, recita un proverbio italiano. Di certo, se uno strumentista trova un amico compositore, trova una cascata ininterrotta di musica. Può ben testimoniarlo Heinrich Joseph Baermann, il miglior clarinettista del suo tempo, che in Carl Maria von Weber trovò tanto un amico quanto colui che scrisse alcune delle pagine tra le più belle proprio per lo strumento che suonava. In piena fase di sviluppo e di miglioramenti costruttivi, il clarinetto ebbe nel Settecento e nel primissimo Ottocento la sua età dell’oro, che Baermann cavalcò col piglio di chi il suo strumento lo domina completamente. Per lui e per il suo talento scrissero Mendelssohn e Mayerbeer, ma la partnership più duratura fu certamente quella con Weber, che a lui dedicò due concerti — n° 1 op. 73, n° 2 op. 74 — il Concertino op. 26, il Quintetto con archi op. 34, l’Introduzione, tema e variazioni op. 33 e soprattutto il Gran duo concertante con pianoforte op. 48, di cui ricevette la dedica dopo una prima esecuzione che vide Weber al pianoforte e al clarinetto il suo rivale Johann Simon Hermstedt il quale, evidentemente, lo fece rimpiangere. Il titolo riflette la natura dell’opera: qui il pianoforte non accompagna lo strumento a fiato, ma entrambi duettano paritariamente e ciascuno tiene testa all’altro, come due strumenti entrambi concertanti sullo sfondo di un’orchestra la cui presenza è soltanto ideale. È degna di menzione la circostanza che l’opera fu scritta a mo’ di gambero, all’indietro, dall’ultimo movimento al primo, senza che sia possibile notare tracce di questo insolito modo di procedere sulla sua ispirazione e sulla sua struttura.

Il brano si apre con un Allegro con fuoco in forma sonata, caratterizzato fin da subito da brillanti passaggi di scale. Segue un Andante con moto in Do minore, un movimento espressivo che esplora le ampie potenzialità dinamiche del clarinetto. Il conclusivo Rondò unisce eleganza e virtuosismo, alternando una sezione centrale di carattere recitativo a una chiusura spettacolare, una vera apoteosi di scale e arpeggi che entusiasma chi ascolta e strappa applausi per entrambi gli esecutori.

Steyr è una deliziosa cittadina dell’Alta Austria, con un incantevole e intatto nucleo medievale, di cui era nativo Johann Michael Vogl, baritono amico di Schubert. Una cittadina incastonata tra boschi da favola di Biancaneve, anche se al posto dei sette nani Schubert, nell’estate del 1819, vi si ritrovò circondato dalle otto figlie tutte appassionate di musica del dottor Schellmann, nella casa del quale alloggiava. Raggiunto pure dall’amico di infanzia Albert Stadler, in questo scenario degno della famiglia von Trapp Schubert trascorse molti giorni felici. Col mecenate del luogo, Silvester Paumgartner si creò un’immediata simpatia e un rapporto più che cordiale sulla base di molte affinità. Direttore della miniera locale, Paumgartner era infatti un uomo colto e un appassionato violoncellista dilettante, animatore di serate musicali che chiudevano in bellezza, al termine delle lunghe, diurne passeggiate, quei giorni di vacanza. Fu su commissione di Paumgartner che Schubert compose il Quintetto per pianoforte e archi in la maggiore D 667 La trota: e fu sempre Paumgartner che ne scelse l’organico e ne decise l’inserimento come quarto movimento delle variazioni sul tema di Die Forelle, La trota, Lied schubertiano tra i più piacevoli, che certamente era stato eseguito e aveva riscosso grandi apprezzamenti durante quelle serate musicali. Mai proposto per una pubblicazione — Schubert forse riteneva troppo sui generis l’organico — il Quintetto su pubblicato da Joseph Czerny nel 1829, a un anno di distanza dalla morte di Schubert.

Un’estate calda, un gruppo di amici, la voglia di divertirsi e di fare insieme un po’ di musica disimpegnata: così nacque il Trio Kv 498 di Mozart Kegelstatt, il celebre Trio dei birilli. Così nacque pure il Quintetto D 667. La singolarità di entrambi questi pezzi unici per quanto riguarda l’impasto timbrico dei loro ensemble — viola, clarinetto e pianoforte per il Trio di Mozart, pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso per il Quintetto di Schubert — sta lì a ricordarci l’estemporaneità della loro origine: il caso favorisce un incontro tra persone del tutto non pianificato, e da quei pochi giorni passati insieme senza pensieri nasce un figlio di bellezza fuori dal comune e con occhi di un colore mai visto, che nessuna ingegneria genetica avrebbe mai potuto programmare. In entrambi i casi andò così, e beati noi che godiamo di quei frutti.

Giovedì 30 luglio, ore 19.30
Cortile di Fattoria, La Foce

Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Concerto per oboe, violino e archi in do minore BWV 1060
   Allegro
   Adagio
   Allegro

Felix Mendelssohn (1809-1847)
Ottetto per archi in mi bemolle magg. op. 20 (1825)
   Allegro moderato ma con fuoco
   Andante
   Scherzo. Allegro leggierissimo
   Presto

Guillaume Connesson (1970-)
Sestetto per oboe, cl, vl, vla, ctb, pf (1998)
   Dynamique
   Nocturne
   Festif

Claude Debussy (1862-1918)
Clair de lune (1890-1905)
(trascrizione per due pianoforti di Henri Dutilleux)

Dimitri Shostakovich (1906-1975)
Tarantella in sol maggiore per due pianoforti (1954)

Camille Saint-Saëns (1835-1921)
Il Carnevale degli animali. Grande fantasia zoologica (1886)
   Introduzione e marcia reale del leone
   Galline e galli
   Emioni, animali veloci
   Tartarughe
   L’elefante
   Canguri
   Acquario
   Personaggi dalle orecchie lunghe
   Il cucù nel bosco
   Voliera
   Pianisti
   Fossili
   Il cigno
   Finale

Tra le conquiste della musicologia scientifica del secolo scorso c’è anche quella che ha consentito di risalire ai presumibili concerti originali bachiani scritti per la corte di Köthen — dove alle dipendenze del principe Leopold prestò servizio tra il 1717 e il 1723 — e più tardi trascritti per altri strumenti. Del Concerto per oboe, violino e archi in do minore BWV 1060 di Bach, ad esempio, possediamo una copia autografa che vede come strumenti concertanti due clavicembali, che Bach aveva trascritto nel 1736 per le esigenze del Collegium Musicum di Lipsia da un perduto originale con due diversi strumenti concertanti. Fu Wilfried Fischer, nel 1966, che riuscì nell’impresa di ricostruire quanto era andato perduto, con uno studio filologico rigoroso che riportava in vita il violino e l’oboe per cui erano stati originariamente pensati. E dunque, dal 1970 questi concerti restituiti alla vita sono parte integrante del settimo volume della Neue Bach Ausgabe.

Quando il suo autore scrive nel 1825 l’Ottetto in mi bemolle maggiore per archi op. 20, è un quindicenne fuori dal comune che ha già alle spalle dodici sinfonie per archi, quartetti per archi e pianoforte, brani pianistici, Lieder: un catalogo insomma tutt’altro che indifferente, che lascia sbalorditi per quantità e qualità.

Mendelssohn nasce in una famiglia molto più che benestante, che costruisce la propria opulenza nell’arco di due generazioni grazie alle doti intellettuali fuori dal comune dei suoi membri. Il nonno era Moses Mendelssohn, celebre filosofo divenuto tale nonostante la modestissima famiglia d’origine, la religione ebraica e gli studi da autodidatta; il padre Abraham era un banchiere poliglotta, dotato di una raffinata cultura classica, un uomo cui soltanto la scelta della finanza come professione costringeva a relegare il talento musicale di cui era dotato al proprio personale divertimento.

Non c’è da meravigliarsi se Abraham – esattamente come Leopold, papà di Mozart, il bambino prodigio per antonomasia – facesse di tutto per agevolare l’evidente genio del figlio, un ragazzino che, prima dell’adolescenza, invece di giocare ad azzuffarsi coi coetanei, traduceva la letteratura greca e italiana in tedesco, dipingeva splendidi acquerelli, e scriveva sinfonie.

L’Ottetto è dunque opera di un quindicenne, ma con un’esperienza di scrittura da compositore consumato. E il brano, in effetti, è splendido e innovativo, a cominciare dall’organico, quattro violini, due viole e due violoncelli. I piccoli ensemble da camera fino ad allora includevano sempre i fiati, gli strumenti della piacevolezza e del disimpegno, e i Doppi Quartetti di Spohr – che avevano un organico apparentemente identico – erano in realtà completamente diversi dall’Ottetto, trattandosi in quel caso di due quartetti distinti che suonavano insieme, ma di cui soltanto uno era protagonista. Qui si tratta di qualcosa di diverso, e di molto più ambizioso: un organico da camera che ha un respiro sinfonico, ma in cui gli archi sono trattati da solisti, qualcosa di mai visto prima e mai replicato poi. Per non parlare dell’impianto formale: l’uso ciclico dei temi si rincorre per tutto il brano, con l’esclusione dell’Andante, evitando da una parte contrapposizioni tematiche tipiche della scrittura beethoveniana – il Grande Sordo era ancora vivo quando Mendelssohn scrive l’Ottetto, dunque chapeau a questa dimostrazione di personalità –, recuperando piuttosto una compattezza haydniana davvero rimarchevole. Gemma lucente in un castone comunque di pari bellezza è senz’altro il terzo movimento, lo Scherzo, prima di quelle pagine rapidissime, impalpabili e fiabesche che divennero un marchio di stile di questo autore. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se lo Scherzo fu orchestrato e, sostituendo l’originario Minuetto in 6/4, entrò nel 1828 a far parte della Sinfonia n. 1 in do minore op. 11 nella sua première londinese. L’Ottetto si conclude con il Presto, una vertiginosa pagina contrappuntistica, una girandola frenetica in cui l’intreccio polifonico regna sovrano, senza però mai discostarsi da una cristallina chiarezza.

«Composto per i miei amici Eric Le Sage e Paul Meyer per un concerto di Capodanno [quello del 4 gennaio 1998 al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi, ndr], questo Sestetto è stato scritto pensando alle festività e all’intrattenimento. Il primo movimento, Dynamique, è una serie di variazioni, la qual cosa moltiplica i processi ritmici provenienti dalla ripetitiva musica americana. Il Nocturne centrale è una morbida e dolorosa confidenza intonata dal clarinetto sullo sfondo dell’armonia affidata agli archi e al pianoforte. Da ultimo, Festif, crea un senso di gioia ed eccitazione (con una allusione alla Trota di Schubert). La partitura termina con una piccola beffa cadenzale»

Guillaume Connesson

Lo conoscono tutti perché lo si incontra continuamente nella colonna sonora dei film e delle serie tv. Aveva un ruolo importante in Twilight e uno ancora più importante in Everything Everywhere All at Once. Parliamo di un brano celeberrimo, il Clair de lune di Debussy. Terzo movimento della Suite bergamasque, fu composto nel 1890 insieme agli altri tre brani della Suite per la casa editrice Fratelli Choudens, che aveva pubblicato altri pièces de salon piuttosto commerciali firmati da un Debussy che aveva neppure trent’anni e molto bisogno di guadagnarsi la vita. Nel 1891 la casa editrice pagò i diritti anche per la Suite, senza però pubblicare alcunché: nessuno ha mai chiarito i motivi di tale decisione, ma quello che i registi odierni ritengono un brano capace di autentici miracoli — come sciogliere all’istante anime coriacee calcificate dalla vita d’ufficio, o di spalancare al bello valve tenaci di molluschi spiaggiati davanti a uno schermo — evidentemente allora fu ritenuto non abbastanza languido e sospiroso per le ragazze borghesi di buona famiglia che dovevano far mostra delle loro qualità di padrone di casa non soltanto offrendo rosolio, ma anche facili intrattenimenti musicali autoprodotti. Non aiutò neppure, in quel lontano 1891, che il titolo del Clair de lune fosse Promenade sentimentale. La revisione del 1905 e la pubblicazione presso un altro editore, Fromont, portarono lo stato dell’arte a ciò che oggi ci è noto, cambio di titolo e richiami alla poesia di Verlaine compresi, nonché alla popolarità immensa di questo brano: che essendo in re bemolle maggiore — nell’accordatura temperata del pianoforte il re bemolle corrisponde enarmonicamente a un do diesis — condivide con la Sonata in do diesis minore per pianoforte op. 27 n. 2 di Beethoven, quella conosciuta con titolo spurio di Chiaro di luna, la nota fondamentale della tonalità. La luna, sul pianoforte, è il primo tasto nero dell’ottava, il maggiore e il minore sono le sue due facce. E tutti noi ci sentiamo a casa in entrambe.

Al ritmo di due pianoforti scatenati — poco più di un minuto, un batter di ciglia — viaggia l’allegro e scapigliato omaggio che Shostakovich porge a Rossini con la sua Tarantella in sol maggiore per due pianoforti. Composta nel 1954 ed eseguita per la prima volta a Mosca con questo organico, fu poi inserita dal suo autore nella musica per un film russo del 1955, The Gadfly (Il tafano). Il titolo del film con cui questa colonna sonora è oggi conosciuta non è una arbitraria traduzione dal russo, ma rispecchia il titolo originale del romanzo da cui fu tratto, scritto in effetti non in cirillico ma in caratteri latini. Pubblicato in Inghilterra nel 1897, era firmato da una donna che ebbe in sorte una vita singolare a dir poco: Ethel Lilian Voynich. Ethel, sposata all’antiquario librario Wilfrid Voynich — lo scopritore del manoscritto omonimo — era figlia di George Boole — il matematico irlandese grazie al quale esiste la logica cosiddetta booleana alla base dell’informatica, alla fin fine il responsabile ultimo delle migliaia di ore perse dall’umanità sui telefonini — e di Mary Everest, matematica, filosofa, scrittrice, il cui zio — George anch’egli, capo dell’indiano Dipartimento dei rilevamenti — svetta su tutte le carte geografiche del mondo grazie all’omaggio di un suo sottoposto che evidentemente lo teneva in altissima considerazione e desiderava farlo sapere. Ethel era poliglotta e viaggiatrice: appena cresciuta abbastanza aveva girato l’Europa, aveva vissuto in Russia, ed era soprattutto una fiera oppositrice del regime zarista e un punto di riferimento per i rivoluzionari espatriati, tanto da attirare le attenzioni interessate di Sidney Reilly, brillante avventuriero ucraino che nel primo quarto di secolo del Novecento fu tra le spie più audaci al servizio — non esclusivo, almeno all’inizio — dell’Impero britannico. Per capirci, Reilly — poliglotta, don giovanni impenitente e bon-vivant, mitizzato dopo la morte come Ace of spies — fu tra gli ispiratori di Fleming per la figura di James Bond. Fu anche, probabilmente, il riferimento ideale per la creazione del protagonista di The Gadfly, il romanzo della Boole, che descrive le avventure di Arthur Burton, un inglese carismatico che si trasferisce in Italia al tempo del Risorgimento e si scaglia contro l’Austria e contro l’oscurantismo religioso combattendo non sui campi di battaglia ma lottando con una penna affilata sulle pagine dei giornali, sotto lo pseudonimo Il tafano, fin quando non viene smascherato, catturato e giustiziato.

Un simile eroe romantico, letterato sopra le righe, storicamente improbabile e del tutto fuori tempo massimo, cadde nel meritato silenzio nella natia Gran Bretagna, e pure in quell’Italia che era idealmente la sua seconda patria. In Cina e in Unione Sovietica riscosse invece un successo irrefrenabile: del libro laggiù si vendettero milioni di copie. Evidentemente il polpettone di un imperialista inglese che immola la vita perseguendo la sconfitta dell’impero austro-ungarico era più appetibile in nazioni sterminate flagellate dalle carestie, considerando pure il sapore esotico che simili bocconi dovevano avere in quei luoghi. La notizia dell’insperato successo raggiunse una esterrefatta autrice a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso lasciandola a bocca aperta ma guadagnandole comunque poche briciole di diritti d’autore. Ed ecco che possiamo tornare alla Tarantella: era il giusto tocco di colore locale che Shostakovich regalava al film tratto da quel libro, la pennellata veloce che, attraverso un ritmo indiavolato, rendeva l’Italia immediatamente riconoscibile. Oggi, ogni volta che questa Tarantella viene eseguita, Rossini e Shostakovich sulla loro nuvoletta sorridono e si scambiano uno sguardo d’intesa.

Come Mozart, Camille Saint-Saëns fu un piccolo prodigio. A cinque anni componeva, a undici diede il suo primo concerto come pianista alla Salle Pleyel. Fu il più celebre e celebrato pianista e organista francese della sua epoca: suonò ovunque nel mondo, in Europa, negli Stati Uniti, in Sudamerica, in Asia e in Africa. Solo l’assoluta penuria di società musicali del luogo gli impedì di ricevere inviti per tenere concerti in Australia e in Antartide, regni dei galeotti di Sua Maestà britannica e dei pinguini.

Oltre che organista, pianista, compositore e insegnante, fu anche un ingegno pieno di curiosità, e si cimentò pure nella poesia e nella critica militante, per non parlare delle sue curiosità scientifiche da vero intellettuale del tempo, nutrito a pane e positivismo: si interessò di acustica e di astronomia, arrivando a tenere alla Société Astronomique de France una dotta relazione sul fenomeno del miraggio.

A Saint-Saëns la musica francese dell’Ottocento deve moltissimo: l’innesto vitale del classicismo e del romanticismo tedesco, la riscoperta del Seicento e del primo Settecento francese, la prima grande letteratura cameristica nazionale. Insomma, fu il fondatore riconosciuto di una grande scuola e di una grande tradizione. Da quel patriarca onnisciente che aveva dimostrato di essere, visse fin quasi a novant’anni ed ebbe pure la fortuna di venire a mancare nel modo sognato fin dalla gioventù da tutti i maschi eterosessuali. La sua longevità, per l’epoca decisamente fuori dal comune, da un certo punto in avanti lo trasformò però in un sopravvissuto e, letteralmente, nel monumento a se stesso. Saint-Saëns fu uno dei pochi artisti che ebbe – nella pletora degli onori tributatigli a piene mani, tra lauree honoris causa e Legioni d’Onore – la ventura di avere, ancora vivente, eretta una statua.

È vero, abbandonò imbufalito la prima della Sagra della primavera dopo poche battute, quando chiese che diavolo di strumento fosse quello che aveva cominciato il pezzo, e gli venne risposto che era un fagotto. Aveva le sue ragioni, fino ad allora i fagotti non uscivano mai da soli e non si inerpicavano in quella tessitura, e non vedeva motivo perché lo facessero, tantomeno se spediti lassù da Stravinsky. Ma era solo un gentiluomo rigoroso, di brutto carattere come tutti i veri caratteri, coltivatore strenuo di simpatie e di antipatie, senza mai deflettere e attentissimo a non scambiare le une con gli altri. Il fatto è che la musica di Saint-Saëns, tutta la sua musica, è sempre molto ben scritta, molto rispettosa del pubblico e perciò sempre molto piacevole da ascoltare. Anche se qualche critico, guardando l’anno di composizione di Violons dans le soir, il 1908, o quello della Sonata per clarinetto e pianoforte, il 1921, storce il naso e pensa che per quegli anni era troppo facile cavarsela così. E probabilmente non sbaglia. Ma Saint-Saëns decise di essere fedele a se stesso e alla sua immagine pubblica di grande conservatore fino alla morte. Lo decise coscientemente, al punto di vivere perfino la propria ironia come un vizio solitario. Quando nel 1866 compose la sua opera più famosa, Il carnevale degli animali, quella che tutti conoscono senza saper dare un titolo, la tenne celata. Per molti aspetti è un lavoro straordinario, erede e continuatore di una attitudine all’umorismo che da Voltaire in poi attraversa tutta la cultura francese, e che pure per essere goduto non ha affatto bisogno di riferimenti intellettuali. E’ musica che vive per divertire e che diverte nel senso più pieno, come poche altre musiche di pochi altri autori — Rossini, il cui Barbiere di Siviglia è citato come “fossile” nel brano omonimo, insieme alle canzoncine infantili; oppure Offenbach, con le tartarughe raffigurate mentre ballano il celeberrimo Can Can al rallentatore —, come niente altro di chi la scrisse. Ma in quella musica, e in quei titoli “bestiali” Saint-Saëns metteva alla berlina tutta la società musicale del suo tempo, i Pianisti, i critici che ragliano (i Personaggi dalle orecchie lunghe), Berlioz ancora vivente raffigurato come Elefante gigantesco che balla la Danza delle silfidi al centro della scena prendendosi tutto lo spazio intorno. Perciò la eseguì solo per sé e non la pubblicò mai. Con infinita perfidia lasciò trapelare, lui vivo, solo Il cigno, grandioso capolavoro di scientifica melensaggine, tanto ben riuscito da esser preso molto sul serio dalle ballerine in tutù che lo trasformarono ipso facto nella Morte del cigno. Un cavallo di battaglia del cattivo gusto, una erbaccia infestante del palcoscenico, croce e delizia dei saggi di danza di tutto l’orbe terraqueo. Il resto rimase nascosto per trentacinque anni, un segreto troppo vergognoso per divenire pubblico. Cosa direbbe oggi Saint-Saëns, se sapesse che oggi lo ricordiamo per quelle che lui riteneva musichette, e le suoniamo in abito da sera, con la massima serietà?

Sabato 1° agosto, ore 19.30
Cortile di Fattoria, La Foce

Gabriel Fauré (1845-1924)
Quartetto n. 1 per pianoforte e archi in do min. op. 15 (1876-1879)
   Allegro molto moderato
   Scherzo. Allegro vivo
   Adagio
   Allegro molto

Zoltán Kodály (1882-1967)
Duo per violino e violoncello op.7 (1914)
   Allegro serioso, non troppo
   Adagio-Andante
   Maestoso e largamente, ma non troppo lento-Presto

Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893)
Sestetto per archi op. 70 in re min. Souvenir de Florence (1892)
   Allegro con spirito
   Adagio cantabile e con moto
   Allegro moderato
   Allegro vivace  

Nell’ambito della musica francese la figura di Gabriel Fauré ricopre un ruolo di primo piano sia come compositore che come didatta. Ma se le sue capacità di insegnante non furono mai messe in discussione (tra i suoi allievi ci furono Maurice Ravel e Nadia Boulanger) il pieno apprezzamento della sua musica è stato confinato al’inizio ai veri intenditori, e solo più tardi il grande pubblico ha imparato ad accettarlo. Il motivo risiede prima ancora che nella sua arte, nel suo carattere: Fauré fu un uomo schivo, pochissimo vanitoso, concentrato sul suo lavoro, e questa discrezione inseguita con tenacia si riflesse nella sua vita e nella sua musica non meno che nell’immagine lasciata ai posteri. Persino il dramma della sua vita, la sordità, fu vissuto con la massima riservatezza, tanto che nessuno sentì il bisogno sottolinearlo con quelle pagine grondanti eroismo e melassa che ad un altro ipoudente furono destinate.

In armonia col suo carattere, la sua produzione è incentrata principalmente sulla musica da camera che peraltro, con l’unica eccezione del Quartetto op. 121, per archi ruota integralmente intorno al pianoforte che funge da perno a tutti i vari gruppi strumentali: del resto Fauré fu un pianista pieno di talento, assai apprezzato per la bellezza del tocco. Alla regola non sfugge il bellissimo Quartetto in do minore op. 15 per pianoforte ed archi, terminato di comporre nel 1879, quando il suo autore aveva superato di poco la quarantina. L’opera, pur ricca di momenti brillanti, è assai lontana dal vigore turgido dei tedeschi e cerca piuttosto un’espressività sempre sottomessa al controllo della discrezione. In questa compostezza elegante risiede il fascino di tutto il brano, che cattura l’attenzione di chi ascolta proprio perché mai cede alla magniloquenza tardoromantica e ai facili languori.

Se la figura di Béla Bartók oggi svetta come quella di uno dei padri della musica del Novecento, Zoltán Kodály — che con lui condivise la prima parte della carriera con esiti praticamente gemelli — è ricordato comunemente soprattutto come didatta, come autore di quel Metodo Kodály tuttora in uso: una raccolta di principi e di prassi di grande importanza per l’insegnamento che, pur non essendo mai stati propriamente codificati, sono oggi conosciuti comunemente col suo nome. Eppure, come Bartók, Kodály fu un compositore di prima grandezza, privo però di quell’alone tragico — la povertà, la morte di là dell’Atlantico per leucemia in età tutt’altro che avanzata — necessario a strutturarne il mito. Ma i suoi meriti non si fermano qui: pioniere dell’etnomusicologia, fu forse il primo a interessarsi estensivamente al folklore magiaro e ad iniziare nel 1905, in villaggi sperduti, campagne di registrazioni di quei ritmi e di quelle melodie imperniando su di essi, l’anno dopo, la sua tesi di laurea.

Il Duo per violino e violoncello Op. 7, composto da Zoltán Kodály nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, risente proprio delle pionieristiche ricerche sul campo che Kodály condusse a partire dal 1906 insieme all’amico e collega Béla Bartók che coinvolse nelle sue ricerche. Viaggiando nei villaggi più remoti d’Ungheria per registrare e trascrivere i canti della tradizione contadina, la collaborazione tra i due gettò le basi dell’etnomusicologia scientifica e spinse entrambi a superare lo stile zigano dell’epoca (quello sfruttato da Franz Liszt nelle sue Rapsodie, o da Johannes Brahms nelle Danze ungheresi), a torto ritenuto autenticamente magiaro, per edificare una nuova e autentica scuola musicale nazionale autoctona con piena e assoluta coscienza. La poetica di Kodály è ben chiarita da alcune sue affermazioni: «Alcune opere ungheresi moderne» scrisse nel 1925, riferendosi alla sua musica e a quella di Bartók, «a quanto pare hanno creato all’estero l’impressione di una rivoluzione musicale. È più corretto definirle conservatrici. La nostra intenzione non è stata quella di rompere con il passato, ma di rinnovare e rafforzare i legami ricreando l’atmosfera delle antiche melodie dimenticate, erigendo dalle loro pietre sparse nuove strutture. Questi vecchi canti sono i nostri cimeli; i loro creatori, da tempo silenziosi, sono i nostri veri antenati». Mentre Bartók insomma spinse questa fusione verso soluzioni armoniche più radicali e moderne, Kodály mantenne un linguaggio più ancorato alla cantabilità e alle suggestioni tardo-romantiche, evidenti proprio nel tormentato dialogo cameristico strumentale di questo Duo, così peculiare a cominciare dall’ensemble.

Conosciuto come Souvenir de Florence, il Sestetto per archi in re minore op. 70 di Čajkovskij vuole essere, almeno nel titolo, un gesto di affetto verso la città toscana dove il musicista aveva trascorso i primi mesi del 1890, mentre era impegnato nella stesura della Dama di picche. Il brano fu composto nell’estate di quello stesso anno al ritorno di Čajkovskij in Russia, e di fiorentino o di italiano in senso stretto ha assai poco oltre alla denominazione affettuosa, come sapeva del resto lo stesso autore. Scriveva infatti alla sua protettrice, M.me Von Meck: «Spero le piacerà sapere che, oltre alla Dama di picche ho composto una partitura per archi… Troverà, intessuta nelle note, la reminiscenza della grande passione per “la bella Firenze”, anche se non ho impiegato alcun motivo italiano o toscano ma ho solo trasferito su carta il senso del canto che il nome di questa città di sogno risveglia sempre in me». Nel novembre del 1890 Čajkovskij organizzò una esecuzione privata del Sestetto: Glazunov e Ljadov –  colleghi non meno che amici – insieme al generale apprezzamento dell’opera espressero anche alcune riserve, e fu così che lo Scherzo e il Finale furono rimaneggiati. Nella nuova veste il Sestetto fu eseguito per la prima volta a San Pietroburgo il 7 dicembre 1890.

La produzione cameristica di Cajkovskij si riduce in sostanza a una manciata di lavori: oltre al Sestetto, i tre Quintetti, il Trio e il Souvenir du lieu cher. In compenso si tratta di opere assai riuscite, che ben testimoniano della felicità melodica del loro autore. Il Sestetto, ultimo lascito di Čajkovskij in questo campo, è forse la migliore: l’espressività che la pervade, la cantabilità delle splendide melodie, l’incisività del gioco armonico sono pienamente degne di una inventiva tra le più invidiabili di tutta la storia della musica.